Tutte le foto presenti nell’articolo sono state scattate dall’autore.

Viaggio fotografico nel bosco Pantano di Policoro

Atomico Blog ha come obiettivo quello di creare un nuovo storytelling del Metapontino, per questo motivo abbiamo chiesto ad Antonio De Donato (studente di Scienze della Natura e appassionato di fotografia naturalistica) di scrivere questo articolo sul Bosco Pantano di Policoro. Un patrimonio di cui crediamo la comunità debba (metaforicamente) riappropriarsi, valorizzandolo e proteggendo un bene comune dagli interessi privati di pochi.

Cenni storici

“Il crepuscolo regna sovrano in questo dedalo di alberi alti e decidui(…) e quando ci si sia addentrati in quel labirinto verdeggiante, si può anche immaginare di essere in qualche primitiva regione del globo terrestre, dove mai piede umano è penetrato”.

Così Norman Douglas descrive il Bosco Pantano, meta dei suoi viaggi nell’Italia meridionale agli albori del Novecento, nel capitolo intitolato “Nella giungla di Policoro”. Un’area che negli anni venti del secolo scorso era coperta da 1600 ettari di bosco e da 110 ettari di stagni all’interno del vasto feudo di Policoro che appartenne prima ai Gesuiti, poi ai principi Serra di Gerace e ,infine, dal 1887 alla famiglia Berlingieri di Crotone.

L’interesse venatorio del barone Giulio Berlingieri, il quale si era riservato il diritto esclusivo di caccia che svolgeva regolarmente da gennaio a marzo, ha favorito la conservazione di questo bosco planiziale. Infatti, le battute avvenivano in diverse zone chiamate mene; si procedeva dalle più esterne fino alla più interna (mena Cesarella), situata fra la ferrovia e la costa. Questa era utilizzata per i ripopolamenti, per cui vigeva tutto l’anno il divieto di pascolo per lasciare la selvaggina indisturbata.

Un giovane capriolo con il velluto sul palco alla ricerca di germogli.

Lo scenario faunistico che si prospettava ai visitatori del bosco era sicuramente ricco e molto diversificato:

“Una foresta sacra (…) dominata dal silenzio e dall’oscurità misteriosa che regna sotto le querce vecchie come il mondo (…) popolata da una folla pacifica di animali e da ogni specie di selvaggina; dai cinghiali, dai daini, dai cervi, dai caprioli per non parlare delle martore e degli scoiattoli di cui noi vedemmo una gran quantità passeggiare sulle nostre teste, di albero in albero” .

( Richard de Saint-Non e Dominique Vivant Denon, fine del 1700).

Nel 1931 iniziarono le prime opere di bonifica e fra il 1950 e il 1960, a seguito della Riforma Fondiaria, l’intera area fu espropriata dallo Stato e 1000 ettari di bosco furono sottoposti al taglio raso. Grossi ontani, che fino a quel tempo erano stati fonte di ispirazione per numerosi viaggiatori e che costituivano, insieme ad altre specie, il cuore pulsante della comunità vegetale, furono impiegati nella costruzione di cofani funebri; altre come il frassino, che offrivano riparo a numerosissimi animali, furono inviate, per esempio, alla Fiat di Torino per le rifiniture degli interni delle auto; altre, infine, per circa 2 milioni di quintali, vennero utilizzate come legna da ardere.

Dalla fine degli anni ’50 in poi, mentre continuava ancora ad essere perpetrata la campagna di deforestazione, diverse ricerche sull’ entomofauna del luogo furono in grado di dimostrare la grande valenza del bosco sotto l’aspetto entomologico. Uno studio condotto negli anni ’80 elenca 1823 specie di coleotteri e ne ritiene probabile la presenza di almeno 2200 specie, ovvero il 20% della coleotterofauna italiana: un tesoro del patrimonio entomologico nazionale racchiuso in poche centinaia di ettari!

Tre scrofe di cinghiale con i piccoli.

Con una legge regionale nel 1999 la Regione Basilicata istituì la Riserva naturale orientata Bosco Pantano di Policoro, al fine di “ tutelare e conservare le caratteristiche naturali, ambientali, paesaggistiche del territorio della Riserva (…) proteggere le specie animali e vegetali tipiche dell’area naturale”. La stessa finalità ha spinto la Comunità Europea a riconoscere l’area come S.I.C. (Sito di Interesse Comunitario) e Z.P.S. (Zona di Protezione Speciale). Attualmente è in corso la realizzazione del progetto “L’ultima foresta incantata” per la riqualificazione dell’area e il ripristino delle condizioni originarie.

Di particolare importanza è la parte del progetto che prevede il ripristino delle condizioni idriche superficiali. In passato, infatti, gli straripamenti del Sinni garantivano il mantenimento di un alto livello della falda freatica e l’impaludamento semiperenne del bosco. Questo ha permesso l’insediamento di associazioni vegetali marcatamente igrofile e di forme di vita ad esso legate che caratterizzano l’area. L’azione dell’Idrovora, la costruzione di argini (prima in terra battuta e poi cementati), nonché l’entrata in funzione della diga di monte Cotugno, hanno sottratto quantità notevoli di tale apporto idrico, causando un inaridimento della zona e un’espansione della macchia mediterranea a scapito del bosco igrofilo. Problema non recente, già segnalato verso la fine degli anni ’80.

Flora

Percorrendo il sentiero che dall’entrata principale della riserva porta al ponte del canale scolmatore, diverse soste sono quasi d’obbligo per poter osservare la ricchissima flora presente nella zona.

All’inizio del percorso, a destra e sinistra e nel retroduna, domina la macchia mediterranea che in primavera si trasforma in un’esplosione di colori. Come in una tavolozza, la natura si colora di varie tonalità: dalle più chiare dei fiori bianchi del prugno selvatico e dell’ asfodelo, che emergono fra gli arbusti di lentisco, alaterno e ginepro, al rosa del silene, fino al rosso sangue della sulla; fiori blu dell’ alcanna sfumano in quelli viola del rosmarino nelle parti più interne della macchia. Tutti questi colori attirano numerosissimi e laboriosi insetti impollinatori che garantiscono il perdurare di queste specie.

Proseguendo, sulla destra del sentiero e oltre il ponte, si estende il cuore pulsante della riserva: il bosco mesoigrofilo, sviluppatosi grazie alla presenza di una falda freatica, in passato più alta. La vista viene subito catturata da frassini, ontani e farnie, queste ultime tipiche proprio delle aree planiziali. Il sottobosco, generalmente molto fitto, è costituito per lo più da grossi rovi, biancospini e stracciabraghe i quali, nelle aree soggette a ristagni d’acqua, lasciano il posto a carici e iris di palude dal giallo intenso.

Verso la foce del canale prospera la vegetazione ripariale tipica dei margini dei corsi d’acqua. Si tratta di specie capaci di tollerare la periodica sommersione delle radici. Pioppi, ontani, salici, tife e altre varietà svolgono funzioni importantissime, come quelle di consolidare le sponde dei corsi d’acqua, fungere da tampone nei periodi di esondazione, contenere e assorbire sostanze inquinanti provenienti da campi vicini e, non ultima, costituire riparo e corridoio ecologico per molti animali. Le alte cannucce di palude, che costeggiano entrambi i lati dell’ultimo tratto del sentiero, formano un arco naturale che accompagna verso la battigia il visitatore, incantato dai raggi di sole che interrompono la penombra. Non sempre, però, si può provare tale emozione, dati i periodici interventi di “pulitura” effettuati dal consorzio di bonifica lungo diversi tratti del canale.

Una lontra a caccia nella vegetazione ripariale.

Fauna

Diversi ambienti, con diversi tipi di vegetazione e risorse disponibili, rappresentano sicuramente un ottimo potenziale per la presenza di una ricca biodiversità anche dal punto di vista faunistico.

Oltre l’eccezionale importanza entomologica, avvalorata da diversi studi, la posizione geografica del bosco Pantano di Policoro è sicuramente un fattore determinante per l’avifauna migratoria e stanziale. Airone cenerino, airone bianco, garzetta e sgarza ciuffetto trascorrono gran parte della giornata nel canale in cerca di anfibi, pesci, insetti e piccoli invertebrati.

In inverno una colonia di cormorani, immobili sui pioppi, con le ali distese ad asciugare, catturano i raggi del sole dopo avere trascorso le prime ore del mattino in cerca di pesci. Un germano reale spicca con il capo verde mentre esce lentamente dal canneto, seguito dalla sua compagna. Alla prima avvisaglia di pericolo l’immersione del tuffetto produce delle piccole increspature circolari nell’acqua che lentamente si diradano. La gallinella d’acqua, dopo aver emesso il suo verso acuto, si allontana velocemente seguita dal fruscio prodotto nel canneto. Una bellissima femmina di falco di palude sorvola il canale a pochi metri di altezza e con due colpi d’ala sparisce fra la vegetazione. Una lontra osserva indifferente la scena mentre si tuffa per poi riapparire pochi metri più in là con in bocca una rana appena catturata. Il canto del piro piro annuncia l’arrivo di una coppia che, in volo, quasi accarezza la superficie dell’acqua. Il ritmico e continuo suono prodotto dal becco del picchio rosso maggiore o dal picchio verde contro il tronco di un albero è interrotto dal tonfo secco del tuffo di un martin pescatore. Lungo il sentiero le penne di un colombaccio con il calamo intatto raccontano l’attacco ben riuscito dello sparviere e, al lato, le tracce dell’istrice si sovrappongono a quelle di un tasso.

Nel cielo di settembre due sagome volteggiano leggere. Dopo una mezz’ora, il forte contrasto fra il becco rosso ed il piumaggio nero, tradisce la presenza di una delle due nel folto della vegetazione ripariale: è una cicogna nera che, di passaggio durante la sua rotta migratoria, ha scelto il bosco per una sosta. Poco dopo anche la seconda sagoma si palesa: è quella di un falco pescatore. Di passaggio, per pochi giorni, sorvola più volte il canale in cerca di pesci.

Il rumore di ramoscelli spezzati seguito da un grugnito annuncia l’arrivo dei cinghiali. Tre scrofe iniziano a scavare il terreno con il grifo in cerca di bulbi, radici, rizomi o frutti caduti a terra. Una di loro si immerge in una pozza di fango ed inizia a strofinare vistosamente il pelo per liberarsi dalla presenza di parassiti e termoregolarsi. Ma le tre femmine non sono sole: le segue una decina di piccoli striati, di poco più di un mese, che in gruppo compatto quasi non si distinguono fra loro. Sono nati a marzo, dopo che la femmina si è isolata dal branco ed ha costruito la lestra, un nido con erbe, rami e foglie ben nascosto nel fitto della macchia.

Airone cenerino e garzetta a riposo.

Una poiana, in alto nel cielo, emette il suo richiamo mentre sfrutta una corrente ascensionale di aria calda per prendere quota, compiendo un volo quasi a spirale. Nel frattempo un toporagno si affaccia timidamente dall’erba, mentre una martora esce dal fitto del bosco e, dopo essersi abbeverata in una pozza d’acqua, si sposta verso la macchia. Una volpe percorre la stessa direzione in senso opposto.

Un capriolo di due anni circa, con ancora il velluto sul palco, fa capolino, sospettoso, tra gli arbusti più vicini al sentiero per nutrirsi dei germogli.

Nella prima mattina la calda luce del sole illumina una sagoma che si muove tra la vegetazione; le scapole in movimento rompono la linea del dorso; un cinghiale, intento ad alimentarsi nel canale, quasi si volatilizza senza emettere rumore. Man mano che la sagoma si sposta verso una zona dove la vegetazione è meno fitta, diventa più nitida e i contorni più visibili.

Procede ancora. D’ un tratto si ferma e volta lo sguardo. Due occhi color ambra ti scrutano nell’anima: il cuore inizia a batterti all’ impazzata e i muscoli non riescono a muoversi. E’ un lupo. Più precisamente una femmina di lupo. Dopo pochi secondi volge nuovamente lo sguardo di fronte a sé e riprende il suo percorso. Bastano pochi minuti perché quell’incontro si stampi per sempre indelebile nel cuore!

Dopo una persecuzione che si è protratta fino alla seconda metà del secolo scorso la popolazione di lupo in Italia era rimasta relegata a poche aree dell’ Appennino centrale e meridionale, ma l’introduzione di leggi che ne hanno stabilito la protezione e l’aumento di specie preda hanno permesso un’espansione del suo areale di distribuzione. Questa avviene sempre in modo del tutto naturale quando i giovani, raggiunta la maturità sessuale, lasciano il nucleo familiare ed entrano in dispersione. In questa fase, alla ricerca di un territorio e di un partner conspecifico, con cui formare un proprio nucleo familiare, sono capaci di compiere spostamenti anche di centinaia di chilometri. Pertanto, si può a ben ragione affermare che nessun lupo è stato mai reintrodotto in Italia ad opera dell’ uomo, a differenza di false credenze e storie di paese che in alcuni casi lo vedono anche oggetto di lanci dall’elicottero. Negli ultimi 200 anni, inoltre, non si è mai verificato alcun attacco verso l’uomo.

L’ incontro del lupo, anche se in aumento, rimane un evento raro, data la sua elusività, per cui è da ritenere un dono della natura all’uomo.

Femmina di lupo appenninico.

Considerazioni finali

Attualmente il Bosco Pantano di Policoro è un’area protetta, sì, ma solo sulla carta.

Sentieri che dovrebbero raccontare la vita del bosco, attraverso orme e altri segni di presenza dei selvatici, sono ormai completamente scavati dal passaggio di diversi mezzi a motore che attraversano la riserva più volte al giorno, tutti i giorni, ormai da diversi anni. Televisori, rifiuti domestici, vestiti, scaldabagni, bombole di gas, calcinacci e taniche di erbicida sono solo alcuni dei rifiuti che vengono abbandonati regolarmente dalle zone adiacenti alla riserva fino all’interno del bosco. Numerosi lacci, che provocano una morte lenta e dolorosa a qualsiasi specie animale ne rimanga vittima, sono stati più volte rinvenuti: gli ultimi a febbraio di quest’anno. Soprattutto in inverno degli spari rompono la quiete del bosco mentre numerose cartucce lasciano la traccia del passaggio dei bracconieri lungo i bordi dei sentieri o all’interno della riserva. E ancora… dune sulla destra del canale scolmatore “trasformate” in rampe per la discesa delle barche in mare (facilmente osservabili anche da Google Earth), piante di lentisco e ginepro che portano le cicatrici delle corde a cui le barche sono state legate… vacche che pascolano nel bosco… moto cross che corrono lungo i sentieri fin sulla spiaggia.

In tale modo tutta la bellezza e l’unicità di questo piccolo scrigno di biodiversità lentamente si spengono e, cosa ancor più grave, sotto gli occhi di tutti. Un patrimonio naturalistico viene brutalmente distrutto dalle mani e dagli interessi di poche persone. Per poter parlare di riserva naturale, zona zps e sic, protezione e conservazione del bosco è necessaria, pertanto, una completa inversione di marcia.

Solo in questo modo si potrà garantire il perdurare dello spettacolo offerto dalla foresta incantata.

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Nuove energie per le periferie culturali. Based in Metapontino.

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